Dal 2025 cambieranno nel nostro paese le regole della Web Tax (formalmente conosciuta come Digital services tax); presente fin dal 2020 fino ad oggi colpiva solo realtà enormi del web come Google o Meta ma con la nuova Legge di Bilancio il governo intende allargarne il raggio a tutte le aziende che offrono servizi su internet nel nostro paese, eliminando le esistenti soglie di fatturato.
Di cosa si tratta?
Modificata da ultima con la legge di stabilità 2020 (legge n. 160 del 27/12/2019) la Web Tax è entrata in vigore nel nostro paese, sulla scia di altri paesi europei (come la Francia), dal 01/01/2020 prevedendo un’imposizione del 3% sui ricavi digitali ma solo alle aziende che superavano due soglie: ricavi globali superiori a 750 milioni di euro e almeno 5,5 milioni di fatturato in Italia.
Cosa cambierà dal 2025
Se verranno confermate le indiscrezioni nella Legge di Bilancio 2025 la nuova versione della tassa non prevederà più alcuna soglia di fatturato e il 3% si applicherà ai ricavi di tutte le imprese digitali italiane, grandi o piccole che siano.
L’imposta colpirà tre tipologie di attività digital: la pubblicità online mirata, cioè quando un’azienda guadagna mostrando pubblicità personalizzate agli utenti; i servizi di intermediazione, quando un’azienda ricava commissioni mettendo in contatto venditori e compratori su una piattaforma digitale; e la vendita dei dati raccolti sugli utenti durante la navigazione.
Saranno invece esclusi altri tipi di servizi digitali: la vendita diretta di beni e servizi online, gli acquisti effettuati sui siti web dei fornitori quando questi non fanno da intermediari, e le piattaforme che forniscono contenuti digitali, servizi di comunicazione o di pagamento.
Le possibili criticità
La crescita esponenziale del mondo digital e tech sta impattando sempre più significativamente anche sul nostro paese e questo induce, naturalmente, lo stato ad interessarsi sui possibili introiti erariali che può recuperare da questo “nuovo mondo” (si parla di circa 51 milioni di euro di guadagno statale da questa nuova versione della tassa) ma tutto questo rischia di andare in netta controtendenza con un resto del mondo che cerca di incentivare e agevolare le aziende digitali o i nuovi mercati (si veda ad esempio l’aumento dal 26% al 42% dell’imposizione sulle criptovalute nel nostro paese che spingerà i nostri concittadini a spostarsi in paesi con tassazione agevolata o addirittura zero) .
Uno stato che pensa ad arricchirsi oggi accollandosi il rischio di rallentare la crescita del Paese rischia di ripetere ciclicamente l’errore di non considerare le potenzialità del domani per un effimero arricchimento nell’immediato.


